"Ai militari schierati con le armi ho detto uccidete me, ma lasciate stare i ragazzi"

di Ann Rosa Nu Tawng in “La Stampa” del 12 marzo 2021 Da oltre un mese, ormai, il nostro popolo in Birmania sta soffrendo. La gente era già in gravi difficoltà anche a causa della pandemia, per il lavoro e vari motivi, quando i militari hanno improvvisamente preso il potere. Per questo, ci troviamo ora in un momento di profonda tristezza. Il popolo del mio Paese sta manifestando ed esprimendo le proprie rivendicazioni, così come stavano facendo i manifestanti che il 28 febbraio passavano davanti alla nostra clinica a Myitkyina (capitale dello Stato Kachin, ndr). Erano scesi in strada per far conoscere i loro desideri, pacificamente, senza creare problemi. In quel momento c'erano molti pazienti nella nostra clinica, perché gli ospedali statali sono chiusi a causa della situazione politica. Mi trovavo con infermieri e medici, quando ho sentito le voci e gli slogan dei dimostranti. Poi, a un certo punto, sono arrivati i camion dei militari e della polizia con un'autocisterna; i poliziotti sono saltati giù e hanno immediatamente sparato e colpito le persone con il manganello e con le fionde. Io ho gridato ai dimostranti di entrare in clinica, poi sono andata davanti alla polizia. Vedendo i manifestanti che si trovavano in pericolo, ho deciso di proteggerli, anche a rischio della vita. «Se volete picchiare la gente o sparare sui dimostranti, fatelo con me, al posto loro, perché non riesco a sopportare che essi soffrano per la violenza. Uccidete me, non i manifestanti». Ho detto questo dopo aver visto ciò che è accaduto in altre città - a Yangon, Mandalay e Naypyitaw, dove tanti sono stati massacrati come animali. Dopo aver parlato con loro, i poliziotti si sono spostati un po' indietro. Pensando che stessero per andarsene, sono tornata in clinica per visitare i feriti. Ma, purtroppo, i poliziotti hanno continuato a inseguire la gente, per arrestarla o usare violenza. Vedendo ciò, sono uscita di nuovo, lasciando i feriti in clinica. E ho chiesto ancora agli agenti di lasciare in pace i manifestanti. Uno dei soldati mi ha detto che non sparano per uccidere. Tuttavia, io non mi fidavo più delle sue parole, perché ho visto cosa è accaduto nelle altre città, dove tanti sono stati colpiti con violenza alla testa o alle gambe. Alla fine, i poliziotti hanno cominciato a parlare tra loro; poi, dopo aver raccolto cose lasciate a terra dalle persone scappate, hanno smesso di inseguire i civili. Ho deciso di agire perché io stessa sono traumatizzata dalla polizia e dai soldati, da quando, ragazza, ho visto il mio villaggio cancellato. Per colpa dei militari abbiamo dovuto abbandonare le nostre case e i nostri averi e tutto ciò che avevamo. Hanno preso tutto quello che volevano da noi. Se avessi solo questa anima mortale, avrei paura. Ma credo che lo Spirito Santo mi abbia aiutata. La vita dei giovani è molto preziosa. Ma tanti di loro la stanno mettendo a rischio pur di ottenere pace, giustizia e democrazia. Tutto il resto, per loro, finisce in secondo piano. E vengono uccisi da persone che non danno valore alla vita degli altri. Mi chiedo come si possa fare del male alla gente in maniera così crudele. Siamo stati creati da Dio e la nostra vita e morte dovrebbero dipendere da Lui. Come possono i militari distruggere vite date da Dio, con così tanta facilità? La vita è un viaggio breve. E il nostro benessere non dura per sempre, quindi perché i militari si divertono a farci soffrire? Coloro che dovrebbero difendere le persone stanno facendo del male alle persone. Vorrei che questo fosse un incubo da cui potermi risvegliare. Io appartengo al popolo della Birmania, per cui avverto gli stessi sentimenti della gente, e mi sento triste. Rappresento un granello di sabbia o un mattone del muro in costruzione e voglio essere utile al mio popolo. Indipendentemente da classe o etnia, i cittadini si sentono come orfani adesso. Tutti, non solo le minoranze, stanno soffrendo sotto questo regime.

Nei cinque anni scorsi, ci siamo sentiti più sicuri, come se le nostre voci fossero più ascoltate. Ma ora mi sento come se fossi in un mondo oscuro, senza alcuna certezza. Che sia giorno o notte, viviamo tutti nella paura, chiedendoci quando verremo uccisi o portati via dalle nostre case. E siccome, come popolo, soffriamo insieme, siamo diventati più uniti che mai. Ci amiamo e rispettiamo di più nonostante le nostre differenze di religione, razza e classe. Quando la polizia che dovrebbe proteggerci commette dei crimini contro i cittadini, i cittadini non possono che proteggersi a vicenda. Io spero che cristiani, buddisti, musulmani e le persone di qualunque religione si sentiranno più vicine, vedo accadere questo in futuro. Qui in Kachin c'è una guerra civile da decenni e, lavorando anche in un orfanotrofio, ho visto bambini traumatizzati, che soffrivano di profonde ferite psicologiche. Per questa ragione vorrei chiedere alle altre nazioni di aiutare la Birmania, dove ci sono cittadini che non possono difendersi da soli dall'essere uccisi, rapiti e torturati dai militari. Per favore, ascoltate la voce della Birmania. Per favore, vedeteci. Auguro a Papa Francesco e a tutti gli amici italiani di essere felici e sereni nella vita e nel lavoro quotidiano. Grazie di cuore a tutti voi. Testo raccolto da S. Per