Clima, quei cento miliardi che possono fare la differenza

di Francesco Gesualdi in “Avvenire” del 28 ottobre 2021


È la cifra che le nazioni più ricche si erano impegnate a versare ogni anno ai Paesi in via di sviluppo contro il climate change Impegno disatteso e molti fondi sono prestiti. Il punto sulle risorse per la sfida ambientale promesse alle popolazioni povere, in vista della Cop26 di Glasgow.

Un tema all’ordine del giorno della Cop26 che si tiene a Glasgow è il sostegno da dare ai Paesi del Sud del mondo. Già nel lontano 1992, venne riconosciuto che le nazioni più povere non sarebbero riuscite ad affrontare da sole le sfide poste dai cambiamenti climatici. Riconoscimento inserito nell’Accordo quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Uncff), che in un passaggio dell’articolo 4 impegna «tutti i Paesi sviluppati a fornire ai Paesi in via di sviluppo i finanziamenti necessari a vincere la lotta contro i cambiamenti climatici». M a per un paio di decenni l’impegno non venne preso sul serio e ci si limitò a chiedere alla Banca Mondiale, che già gestiva dei fondi per l’ambiente, di aprire al suo interno dei fondi speciali dedicati ai cambiamenti climatici a favore dei Paesi più poveri. In particolare, ne vennero aperti tre: Special Climate Change Fund (Sccf), Least Developed Countries Fund (Ldcf) e Adaptation Fund (Af), ma con importi piuttosto limitati. Solo durante la diciassettesima Conferenza delle parti che si tenne a Durban (Sudafrica) nel 2011, si ottenne un salto di qualità allorché venne deciso di istituire un fondo apposito per l’attuazione degli impegni previsti dalla Convenzione sui cambiamenti climatici del 1992. Il fondo, con personalità giuridica propria, venne denominato Green Climate Fund (Gcf) e aprì i propri uffici nella città di Incheon in Corea del Sud. La Conferenza di Durban fu importante anche perché cominciò a parlare di date e di cifre, stabilendo che entro il 2020, i Paesi più ricchi avrebbero dovuto versare 100 miliardi di dollari all’anno. Obiettivo confermato nel 2015 nel corso della Cop21 di Parigi, con formula solenne: «I Paesi sviluppati si impegnano, per il 2020, a raccogliere annualmente 100 miliardi di dollari da destinare alle necessità dei Paesi in via di sviluppo». I tempi di elaborazione dati sono sempre piuttosto lunghi, per cui solo nel 2022 riusciremo a sapere cosa è effettivamente successo nel 2020. Ma un rapporto Ocse di recente pubblicazione informa che nel 2019 mancavano ancora 20 miliardi di dollari rispetto all’obiettivo fissato. Più precisamente la somma raccolta si era fermata a 79,6 miliardi di dollari, ed era per il 36% sotto forma di cooperazione bilaterale, soldi, cioè, transitati direttamente da governo a governo; per il 43% gestita in forma multilaterale per il tramite di banche internazionali come la Banca Mondiale; per il rimanente 21% sotto forma di investimenti privati. S e concentriamo l’attenzione sui soli fondi pubblici, che nel 2019 ammontavano a 61,2 miliardi di dollari, scopriamo che ben il 73% sono stati concessi sotto forma di credito e solo il 27% sotto forma di dono. Il che costituisce un problema non da poco, considerato che secondo l’Unctad i Paesi in via di sviluppo hanno già un debito complessivo verso l’estero, pari a 11.300 miliardi di dollari, che è ampiamente al di sopra di quanto ottengono annualmente dalle loro esportazioni. Per cui i Paesi più ricchi non hanno solo da man- tenere le promesse fatte in termini quan-titativi, ma devono anche fare una scelta di campo in ambito qualitativo. Dovrebbero privilegiare l’aiuto sotto forma di dono per non aggravare ulteriormente la situazione debitoria del Sud del mondo che complessivamente, fra debito pubblico e debito privato, nel 2018 si posizionava al 193% del suo prodotto interno lordo. Un livello mai visto prima. I cambiamenti climatici impongono a tutti i Paesi del mondo una doppia sfida: un cambio di impostazione energetica per rompere il legame con i combustibili fossili e l’adozione di misure utili a proteg- gersi dai danni provocati dai cambiamenti climatici ormai in atto. Due sfide che i tecnici riassumono sotto i termini “mitigazione” e “adattamento”. Le aree del Sud del mondo sembrano essere quelle più esposte ai danni derivanti dai cambiamenti climatici che si presentano in alcune regioni sotto forma di aridità, in altre sotto forma di eccesso di acqua. Fra le aree destinate ai danni da aridità c’è l’Africa mediterranea e sub-sahariana che sta già registrando una riduzione di piogge con inevitabili conseguenze sull’agricoltura e quindi sulla sicurezza alimentare. Mentre metà della popolazione africana già vive in condizione di insicurezza alimentare, si teme che i cambiamenti climatici ridurranno le rese agricole del 30% entro il 2050. E tuttavia l’aumento di popolazione farà crescere la richiesta di cibo del continente del 50%. L’ Asia Meridionale è l’altra grande area dove i cambiamenti climatici produrranno gravi conseguenze sia in ambito agricolo che sociale, ma per ragioni opposte a quelle dell’Africa. In questa zona si assisterà a monsoni caotici e violenti che provocheranno vaste inondazioni e distruzione selvaggia di tutto ciò che i venti trovano sul proprio tragitto. Fenomeni che paradossalmente produrranno anche scarsità di acqua potabile, perché le inondazioni dreneranno nei fiumi fertilizzanti e altre sostanze chimiche che avvelenano le loro acque. Contaminazione aggravata dall’innalzamento del livello del mare che allagherà i campi con acqua salata compromettendo irrimediabilmente la loro fertilità. Le zone più a rischio sono le coste solcate dai delta. In particolare, si teme per il Bangladesh, Paese piatto e densamente popolato con una grande quantità di famiglie ancora dipendenti dall’agricoltura. Se il livello del mare dovesse innalzarsi di 45 centimetri, come potrebbe succedere se non si riuscisse ad arrestare la crescita della temperatura terrestre, l’11% del territorio bengalese potrebbe essere invaso dal mare, con gravissime conseguenze umane, sociali ed economiche. Secondo alcune previsioni, da qui al 2050, in Bangladesh i cambiamenti climatici potrebbero costringere una persona su sette ad abbandonare la propria casa, per un totale di 18 milioni di sfollati. P er attenuare i danni dovuti ai cambiamenti climatici, il Sud del mondo dovrebbe realizzare una molteplicità di interventi e di investimenti nei settori più disparati, da quello agricolo a quello urbano, da quello abitativo a quello idrogeologico, per un importo annuo complessivo che le Nazioni Unite stimano in 300 miliardi di dollari. Somma a cui andrebbero aggiunte quelle per la transizione energetica in modo da abbandonare definitivamente le centrali elettriche alimentate a carbone o a petrolio e passare all’elettricità ottenuta da fonti rinnovabili. Senza dimenticare, come fa notare l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che nel Sud del mondo ci sono ancora 770 milioni di persone che non dispongono di energia elettrica, mentre due milioni e mezzo muoiono ogni anno in maniera prematura a causa dei fumi prodotti da carbone e cherosene utilizzati per cucinare. I 100 miliardi di dollari all’anno promessi dai Paesi ricchi potrebbero fare davvero la differenza per l’avvenire dei popoli del Sud del mondo.