Eolico e solare al posto del gas. Una svolta energetica per la pace

di Leonardo Becchetti in “Avvenire” dell’8 aprile 2022



Rimuovere i vincoli che frenano la transizione un vantaggio per famiglie e imprese. Bastano 2-3 anni per renderci indipendenti dalla Russia, ma in prospettiva anche dal legame con altri regimi non democratici. Una rivoluzione positiva per clima e salute.

L’Italia è quel paese ricchissimo di pesci (sole e vento per eolico e fotovoltaico) che invece di investire nelle canne da pesca (impianti di produzione da rinnovabili) compra a carissimo prezzo il gas dalla Russia. Con l’aggressione dell’Ucraina c’è stato un brusco risveglio e qualcuno annuncia (poco credibilmente) che dall’oggi al domani faremo a meno del gas e del petrolio russo. Da domani non è possibile, ma già oggi potremmo annunciare credibilmente che lo faremo nell’arco di due anni. Spieghiamo come, andando per gradi.

Prima della guerra in Ucraina la scelta delle rinnovabili trovava le sue motivazioni in termini di riscaldamento globale (emissioni climalteranti), salute (qualità dell’aria), e condizioni più convenienti di prezzo (economie di scala e dinamiche di mercato ci dicono che oggi fare energia con eolico e fotovoltaico ha costi minori di tutte le altre fonti). Dopo l’invasione russa la spinta verso le rinnovabili ha tratto ulteriori motivazioni a causa della volatilità dei prezzi delle fonti fossili e dell’obiettivo strategico di liberarci dal gas di Putin (che sopra i 43 euro per chilowattora gli consente di realizzare profitti per finanziare le sue campagne belliche) e più in generale della dipendenza da fonti di energia controllate da paesi terzi che spesso hanno regimi non democratici e potrebbero in futuro rappresentare nuovi e simili fattori di rischio strategico. Appena scoppiata la guerra per correre ai ripari i nostri ministri sono corsi in Algeria e Azerbaijan, ma forse molto di quello che cercano possono trovarlo sui nostri tetti, nei nostri borghi e sul nostro territorio.

Concretamente questo vuol dire che muovere da una dipendenza dalle fonti fossili ad un sistema di produzione di energia diffuso e distribuito diventa strumento decisivo per promuovere la pace. Le istituzioni nazionali ed europee hanno pertanto sottolineato in questi giorni che per tutti questi motivi la transizione deve essere accelerata al di là delle esigenze di brevissimo che richiedono la diversificazione tra le fonti fossili. La questione è dunque anche temporale perché la domanda fondamentale a cui rispondere è quanto l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili può consentirci nel breve e brevissimo termine di sostituire il gas russo. L’ Italia produce in un anno di circa 280 terawattora annui di energia. Ad oggi il 16% proviene da fotovoltaico ed eolico, il 18% da idroelettrico e il 67% da fonti fossili. Tra le fonti fossili il gas naturale rappresenta circa il 48%, e il 40% di questo gas naturale proviene dalla Russia (la Russia dunque di per sé produce non più del 16% dell’energia che utilizziamo, pari circa a 53 terawattora annui). Una recente indagine mostra che gli impianti di fotovoltaico per i quali è stata chiesta autorizzazione (34 GW), arriverebbero a produrre energia pari all’80% del gas russo. Impensabile ovviamente approvarli e realizzarli all’istante. Ragionevole però pensare di poter installare almeno 8 GW all’anno per raggiungere una maggiore indipendenza energetica (la Germania si sta dando l’obiettivo di arrivare all’80% di produzione da fonti rinnovabili entro il 2030). Al contributo del fotovoltaico possiamo aggiungere i progetti eolici anch’essi bloccati (25 GW) che sostituirebbero circa il 70% della produzione di gas russo.

Sulla base di questi dati è evidente che il solo contributo delle rinnovabili (eolico e fotovoltaico) potrebbe pertanto nel giro di 2-3 anni sostituire interamente l’energia che arriva dalla Russia solo autorizzando i progetti già presentati. Come è possibile accelerare? In primo luogo, il Governo ha eliminato i criteri autorizzativi per l’installazione di pannelli sotto i 200 kilowatt snellendo di molto il percorso per piccoli impianti. Non basta, nel 2021 l’Italia ha installato meno di 1GW a causa delle

(mancate) autorizzazioni. Se invece si liberalizzasse l’installazione degli impianti fino 5MW sui tetti delle aziende e sui parcheggi, l’obiettivo degli 8 GW/anno potrebbe essere realizzabile. Il limite degli 8 GW/anno è stato stabilito in base al vincolo del reperimento dei pannelli. A valle di un enorme picco di domanda, si potrebbe anche realizzare uno scenario di aumento esponenziale della produzione di pannelli come avvenuto per i test del Covid. In questo caso si potrebbero installare impianti anche per più di 8 GW/anno. U na spinta ulteriore potrebbe arrivare incentivando la produzione fotovoltaica di energia sui capannoni o nei parcheggi delle imprese con il duplice obiettivo di accelerare la transizione ecologica e rendere le nostre aziende più competitive riducendone i costi. Peraltro, l’installazione dei pannelli sui tetti consente un maggior isolamento termico e quindi un risparmio aggiuntivo mentre i pannelli sui parcheggi evitano d’estate le emissioni nocive dell’asfalto. Fondamentale l’impegno del governo, delle amministrazioni locali e della sovrintendenza a ridurre gli ostacoli frapposti alle istallazioni. Le regioni si sono impegnate entro dicembre del 2022 ad indicare le aree dedicate alle nuove installazioni.

Non è un po’ tardi? In molte parti del Paese sono pronti o in via di completamento progetti per realizzare comunità energetiche ma si attendono i decreti attuativi dell’ultimo provvedimento in materia, fondamentali per capire in quale direzione conviene orientare i progetti per renderli sostenibili e redditizi. I vari comitati del no tendono a concentrare l’attenzione sui piccoli costi connessi a questa scelta ignorando i costi molto più grandi derivanti dall’inazione. Non autorizzare i nuovi impianti, non eliminare autorizzazioni poco utili, vuol dire continuare a finanziare Putin, rendere meno veloce la transizione ecologica con costi in termini di salute, riscaldamento globale e rischio climatico oltre che competitività delle nostre aziende. La lentezza nella transizione la stiamo già pagando tutti. L’inflazione che è arrivata al 7% sarebbe ancora al 2% se non ci fossero i costi dell’energia (i cui prezzi medi sono aumentati circa del 50% a causa dei rincari su gas e petrolio). Esiste per una volta qualcosa in grado di contribuire positivamente a obiettivi altrettanto importanti ma diversissimi come pace, salute, clima, bilanci delle famiglie e delle imprese. Muoviamoci con la massima rapidità non perdendo tempo ed occasioni.