Gli spari in mare, poi gli inseguimenti La tentata strage dei guardiacoste libici

di Nello Scavo in “Avvenire” del 2 luglio 2021.

Dovevano catturare proprio quel barcone. Anche a costo di fare una strage. Mentre altri salpavano dalla Libia, una motovedetta ha percorso oltre 110 miglia dalle coste di Tripoli per arrivare a circa 40 miglia da Lampedusa inseguendo un solo gruppo di migranti, lasciando scoperto il pattugliamento davanti alle spiagge libiche.

Neanche la presenza dell’aereo di Sea Watch sulla scena, in contatto radio con la motovedetta, ha fatto allentare la presa, rischiando una mattanza. Prima sparando diversi colpi da distanza ravvicinata contro i motori, con il concreto pericolo di uccidere gli stranieri. Poi, per almeno due volte, la motovedetta libica di fabbricazione italiana ha tentato di speronare il gruppo, mancandolo solo di pochi centimetri. Di “inquietante video” parla Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione Onu per i migranti (Oim). I guardacoste libici inseguono «in acque Sar maltesi, quasi speronandoli, i migranti in mare. Questa operazione non può essere certo definita un soccorso». «Questa pratica non ha nulla a che fare con il soccorso e il salvataggio. Nessun migrante o richiedente asilo deve essere riportato in Libia (compresi i libici) e rifugiati. Il Paese non è sicuro, la detenzione resta arbitraria e le condizioni spaventose», denuncia ancora una volta Vincent Cochetel, inviato dell’Alto commissariato Onu (Unhcr-Acnur) per il Mediterraneo centrale. Dal 2017 il costo sostenuto dai contribuenti italiani a sostegno dell’accordo Italia-Libia per bloccare i flussi migratori è stato di oltre 213 milioni di euro, sui circa 800 milioni stanziati per interventi nel Paese. Soldi usati anche per addestrare ed equipaggiare i guardacoste, che però in mare agiscono più secondo gli standard dei pirati somali, che secondo quelli delle guardie costiere europee. A confermare l’insensatezza delle manovre sono anche diversi ammiragli italiani, tra cui Vittorio Alessandro, che fra l’altro era stato a capo della comunicazione della Guardia costiera. «Se qualcuno, seppure in pericolo, non vuole essere soccorso, i guardacoste – spiega Alessandro – hanno l’obbligo di stargli accanto e, casomai, cedere il controllo dell’operazione a chi è titolato in quel tratto di mare, cioè Malta. In nessun caso sono permesse manovre come quelle». Non si fermano, intanto, gli sbarchi a Lampedusa, dove nel pomeriggio di ieri sono approdati altri cinquantanove sub- sahariani, fra cui donne e minori, soccorsi al largo da una motovedetta della Guardia costiera che li ha trasbordati lasciando alla deriva la loro imbarcazione. Si tratta del terzo sbarco in dodici ore: 310 le persone approdate. Nell’hotspot, fra arrivi e trasferimenti, ci sono 516 persone, oltre il doppio rispetto alla capienza massima prevista di 250 ospiti. Le immagini riprese dall’equipaggio di Seabird spiegano il perché da anni si stia tentando di eliminare testimoni scomodi dal Mediterraneo Centrale: le Ong in mare, gli aerei dei pattugliamenti civili, i giornalisti intercettati e minacciati. Sea Watch definisce l’episodio come «una pericolosa intercettazione da parte di una nave della guardia costiera libica». L’inseguimento è andato avanti per circa 90 minuti, tra tentativi di abbordaggio in stile pirateria, e accelerazioni che più volte hanno fatto temere una disastrosa collisione. I guardacoste libici si sono allontanati per oltre 110 miglia dal porto di Tripoli e sono arrivati a sole 45 miglia da Lampedusa. Non era mai successo che una motovedetta tripolina si spingesse così a Nord per inseguire dei migranti, lasciando però che altri barconi raggiungessero indisturbati a Lampedusa. «Come se volessero a tutti i costi prendere quel gruppo di migranti in particolare», osserva un investigatore il Sicilia. Non è infatti la prima volta che le milizie marittime libiche, che sono espressioni di precisi clan locali, acciuffino un gommone salpato da una spiaggia controllata da un clan avversario e non si accorgano invece di quelli messi in mare nelle aree controllate dai gruppi a cui sono esse sono affiliate. Le immagini choc riprese dall’equipaggio del velivolo Seabird della Ong Sea Watch che pattuglia il Mediterraneo. L’aggressione al limite tra Sar maltese e italiana. L’Onu: «Questo non è un soccorso». Silenzio da Roma. La motovedetta libica dopo avere sparato contro i migranti ha rischiato di speronare il barcone, senza tentare di cambiare rotta. Il video e le foto, pubblicate sul sito di Avvenire testimoniano una condotta vietata dal codice della navigazione e che ha rischiato di provocare una strage