Johansson: «Nuovo diritto d'asilo e quote. Così salveremo i migranti da altre Lesbo»

intervista a Ylva Johansson, a cura di Marco Bresolin in “La Stampa” dell’11 settembre 2020



«Purtroppo spesso si dice che ora in Europa non c'è una crisi migratoria, ma in realtà alcuni migranti si trovano ad affrontare quotidianamente situazioni di crisi. Lo abbiamo visto anche a Moria». Per questo, avverte Ylva Johansson, è arrivato il momento di riprendere in mano il dossier della riforma di Dublino. La svedese, commissaria Ue agli Affari Interni, annuncia che il 30 settembre presenterà un nuovo «Patto per l'Immigrazione» di cui farà parte anche la riforma del diritto d'asilo. L'incendio che ha devastato il campo sull'isola greca - sostiene la svedese - dovrebbe far capire che così non si può più andare avanti. Come può l'Europa accettare che esistano campi come quello di Moria? «Già a dicembre, al mio insediamento, avevo definito inaccettabile e insostenibile la situazione nei campi sulle isole greche. C'erano più di 40 mila persone. Per questo abbiamo lavorato con le autorità greche per migliorare le condizioni e decongestionare le isole. Negli ultimi sei mesi il numero di migranti a Moria si è dimezzato, da 25 mila a 12 mila. Abbiamo iniziato a redistribuire i minori non accompagnati e continuiamo a farlo ogni settimana. Dodici Paesi li hanno accolti. I 400 che erano nel campo bruciato sono stati portati sulla terraferma e accolgo con piacere i recenti annunci di alcuni governi sulla redistribuzione». Quel campo però è anche frutto delle decisioni Ue: la Commissione si sente responsabile? «I campi per i migranti sul territorio greco sono innanzitutto responsabilità delle autorità greche. La Commissione ha dato un grande sostegno, molti soldi. Abbiamo lavorato con le agenzie Onu. Certamente c'era una situazione con condizioni inaccettabili, ma questo è il risultato del fallimento del tentativo di trovare un accordo sulla politica di asilo e immigrazione comune. Per questo il 30 settembre lanceremo una nuova proposta». La riforma di Dublino è fallita per le resistenze sulla redistribuzione obbligatoria: insisterete su questo? «Non voglio anticipare i contenuti del piano. Ma la questione è molto più ampia della redistribuzione. La situazione nelle isole greche non è dovuta soltanto a questo, ci sono anche altre questioni. Come la velocità delle procedure d'asilo oppure l'efficacia dei rimpatri». Proporrete novità su tutti questi fronti? «Trovare un compromesso è un esercizio molto difficile, ma sono ottimista. Serve però un approccio olistico, bisogna prendere in considerazione tutti i diversi aspetti. La gestione delle politiche migratorie ha certamente elementi emozionali e credo che nessuno sarà felice del nostro piano. Nessuno dirà: è quello che volevo. Ma spero che tutti si impegnino per il compromesso. Non servono melodrammi, bisogna guardare la realtà e cercare un terreno comune. La situazione va affrontata in modo ordinato e con equità. Tra gli Stati ma anche nei confronti dei singoli». Diverse inchieste giornalistiche hanno denunciato il comportamento della polizia greca e il respingimento di migranti: cosa intendete fare? «Sono molto preoccupata per la questione respingimenti. Ogni Stato deve indagare per far luce su ciò che accade ai propri confini. Chiedere asilo è un diritto fondamentale, perciò voglio introdurre nella proposta un meccanismo di monitoraggio al fine di garantirne il rispetto». Chiudere il porto alla nave di una Ong come fa l'Italia non è una sorta di respingimento? «Credo che alla fine tutte siano state fatte sbarcare. L'Italia si sta assumendo grandi responsabilità sugli sbarchi e per questo c'è bisogno di solidarietà da parte degli altri Stati. Anche perché stiamo affrontando una situazione difficile per via dell'emergenza sanitaria». Le tensioni nel Mediterraneo centrale sono anche legate al fatto che l'accordo di Malta, siglato un anno fa, si è rivelato un fallimento, non trova? «Non dimentichiamo che grazie a questo accordo siamo stati in grado di redistribuire duemila migranti. Però è vero che non è sostenibile. Perché non può basarsi esclusivamente sulla volontarietà. Servono elementi di obbligatorietà».