La lampada del corpo è l’occhio - Per una speranza rigenerante

Dalla Lettera alla città del vescovo Erio per la Solennità di San Geminiano

“La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23).

Le mascherine che indossiamo ormai da parecchi mesi, e che ci faranno compagnia ancora per molto tempo, coprono la bocca e il naso, ma lasciano liberi gli occhi. Stiamo imparando a concentrare sugli occhi la nostra capacità comunicativa. Gli occhi parlano più chiaramente della bocca. Per Gesù, addirittura, il grado di lucentezza dell’occhio rivela la luminosità o meno dell’intero corpo, cioè di tutta la persona. Lo sguardo minaccioso incute paura, quello dolce trasmette accoglienza; gli occhi accigliati esprimono preoccupazione o disapprovazione, quelli lacrimosi attirano comprensione o lanciano un grido di aiuto. Il linguaggio degli occhi tocca tutte le corde del cuore.

La crisi: causa e svelamento di sofferenza e generosità. Nessuno avrebbe pensato, il giorno di San Geminiano di un anno fa, di essere alla vigilia di una pandemia così drammatica. Dalla seconda metà di febbraio 2020 l’intera umanità sta vivendo la crisi più acuta degli ultimi decenni. Questa crisi da una parte causa e dall’altra svela tante sofferenze.

Prima di tutto le causa: una generazione di anziani è profondamente ferita e in parte scomparsa; e non solo per covid, ma anche per altre malattie gravi rese letali dal contagio o inevitabilmente trascurate; la pandemia sparge paure e rabbia; innesca processi di indebolimento sociale, rendendo precaria l’occupazione; crea un clima generale di distanziamento non solo fisico, ma anche psico-affettivo; acuisce alcune tensioni nel confronto sociale e politico.

Il covid però, non solo causa, ma anche svela tante sofferenze: mette in luce il dramma di una diffusa solitudine; solleva il coperchio sulle disparità economiche, con sacche di povertà crescenti anche tra gli italiani; evidenzia l’incertezza che colpisce i giovani; e, allargando lo sguardo, svela come il mondo sia da sempre, come lo era prima e lo sarà dopo, afflitto da povertà, paure, violenze, epidemie, guerre, diseguaglianze, inquinamento.

Ma la crisi sanitaria che stiamo vivendo causa e svela soprattutto tanta generosità, un mare di bene. La causa: mette in moto la creatività per essere vicini a chi è più provato; incentiva alcune professioni e attività, legate specialmente al digitale, che sta mostrando anche il suo volto migliore.

La crisi: emergenza e rigenerazione. Come trasformare la crisi in opportunità? L’etimologia ci può aiutare. “Crisi” è la traslitterazione del greco krisis, a sua volta derivato dal verbo krino: separare, distinguere, giudicare, valutare. La crisi, per riprendere il detto evangelico, ha dunque due occhi: uno cattivo e uno luminoso. Ha un occhio cattivo, perché implica separazione, rinuncia, sofferenza, abbandono di qualcosa o qualcuno. Ma l’altro occhio è luminoso, perché invita a ridefinire, discernere, progettare e perfino rinascere. Senza crisi non c’è rinnovamento, per quanto ogni crisi abbia i suoi costi. Si può osare una parola, presa dal vocabolario della speranza: la parola rigenerazione.

Spunti per una rigenerazione comunitaria. La nostra Chiesa cercherà di proseguire nell’opera di vicinanza alle persone, soprattutto a quelle già prima fragili e ulteriormente infragilite. Continueremo ad attingere, consapevoli della nostra debolezza, alle sorgenti del vangelo, dei sacramenti e dei doni dello Spirito, che costituiscono per noi il grembo fecondo della rigenerazione. Cominciando da noi stessi, troppo spesso afflitti da sguardi miopi che non vedono più lontano del proprio orticello. Gesù domanda prima di tutto a noi, cattolici, di acquistare da lui il “collirio” per ungerci gli occhi e recuperare la vista (cf. Apoc 3,18); non so bene quale sia il composto chimico di questo collirio spirituale, ma il principio attivo deve essere l’umiltà, che apre lo sguardo all’amore, alla condivisione, alla prossimità.

Sarà anche necessario recuperare un annuncio più incisivo, che parte dall’ascolto, per poter ridire con una forza nuova le verità eterne, interpellate dalla pandemia: la paternità di un Dio solidale, la speranza davanti alla morte, la risurrezione della carne, la possibilità di senso nel dolore. Queste sono le iniezioni di speranza sulle quali la Chiesa cercherà di impegnarsi ancora di più.

Non sono certo in grado di esprimermi in maniera plausibile su altri ambiti, nei quali noi cristiani pure viviamo, ma che presentano dimensioni molto più ampie della Chiesa. Provo solo ad abbozzare una scaletta, con l’aiuto delle persone incontrate in questi mesi.

Il mondo della sanità è coinvolto in prima persona, nelle terapie delle persone colpite dal virus, nelle relazioni con i familiari, nella ricerca dei rimedi e nell’organizzazione complessa degli interventi. La riconoscenza di tutti prosegue nell’effettiva partecipazione alle misure di prevenzione e di cura: dai dispositivi di protezione alla distanza fisica, dall’osservanza delle norme relative agli spostamenti all’igienizzazione, dall’isolamento in caso di contatti con persone contagiate fino al vaccino. I cristiani sono cittadini, e come tali collaborano al bene comune anche dal punto di vista sanitario.

Della guarigione fa parte anche la rigenerazione psico-affettiva, ancora più impegnativa di quella bio-fisica. Il covid agisce come frullatore di emozioni, sensazioni e sentimenti. Paure e ansie lavorano più in profondità rispetto alla mente. E non sempre, date le restrizioni, la prossimità dei propri cari compensa la solitudine: vedersi sugli schermi e abbracciarsi di persona non sono la stessa cosa. Stanno soffrendo parecchio non solo gli anziani, ma anche i disabili, i ragazzi problematici e i giovani. Occorrerà agire per rigenerare le relazioni educative, proponendo momenti di recupero scolastico, oratoriale e sportivo in presenza, per rivitalizzare la socialità dei ragazzi. I giovani sono spesso trattati come oggetto di indagine; vanno piuttosto considerati come soggetto, e quasi risarciti, per i danni educativi, economici e spirituali provocati spesso dagli adulti.

La rigenerazione economica non si potrà giocare sull’assistenzialismo, ma dovrà puntare sul rilancio dell’iniziativa a tutti i livelli: imprenditoria, startup, innovazione… Già da tempo, ben prima dello scoppio della pandemia, economisti ed esperti del lavoro segnalavano il declino inevitabile di alcune attività lavorative e incentivavano la sperimentazione di nuovi progetti e nuove modalità. Alcune ditte hanno creato dei sistemi di riconversione – assumendo personale e dimostrando tra l’altro che l’economia e la sostenibilità ambientale non sono in concorrenza. Ma non si può dimenticare il profondo disagio che famiglie, imprese e intere categorie di lavoratori stanno attraversando.

L’aumento della povertà incide a sua volta sul clima sociale. Se la cifra simbolica della prima ondata pandemica erano le strade deserte e le famiglie al balcone, quella della seconda ondata è piuttosto la gente accalcata senza mascherina e la rabbia esplosa in alcune piazze. La rigenerazione sociale chiede senso di responsabilità da parte degli adulti, chiamati a testimoniare, come dice papa Francesco, che da questa crisi usciremo migliori se avremo il coraggio di passare dall’io al noi. Una società matura si vede anche dal grado di solidarietà che esprime: a cominciare, di nuovo, dagli ultimi.