Piccola guida al caso della “nota” della Santa Sede sul DDL Zan


di Riccardo Saccenti. Venerdì, 25 Giugno, 2021



Il fuoco delle polemiche di questi giorni attorno alla nota della Santa Sede riguardo alla proposta di legge Zan alimenta letture molteplici di quanto accaduto e delle sue conseguenze. Vi sono le prese di posizione politiche estreme di chi lamenta l’ingerenza vaticana nell’attività del Parlamento per chiedere un voto immediato sul testo così come è formulato. Dal lato opposto si rivendica la legittima rappresentanza dei timori di costringere al silenzio i cristiani. Nel mazzo fioccano i distinguo che rivendicano la laicità dello Stato, la disponibilità all’ascolto e al tempo stesso si dicono stupiti per l’ingerenza di uno stato straniero (il Vaticano) nel processo legislativo italiano o vedono nella vicenda una ulteriore conferma dell’urgenza di cancellare il regime concordatario sancito dall’articolo 7 della Costituzione. Questa teoria di prese di posizione non aiuta certo a fare chiarezza su una vicenda che vede intrecciarsi piani diversi rispetto ai quali occorre uno sforzo di distinzione piuttosto che grossolane semplificazioni mediatiche ad uso di un facile consenso, da una parte e dall’altra. Del resto, ad ascoltare le diverse prese di posizione ci si accorge che anche autorevoli commentatori, pur preparati e competenti nel loro specifico ambito di studi, difettano di una visione capace di tenere assieme una pluralità di piani che non è semplice esercizio accademico ma sforzo di riconoscere la realtà per quel che è: con le sue diversità, le sue complessità e le sue contraddizioni. Serve allora procedere per gradi, con un chiarimento di alcuni concetti e passaggi storici essenziali, che permettono di capire chi è coinvolto, con che logica si muova e a quali ordini di problemi rispondono i gesti compiuti, per poi procedere ad esprimere una valutazione di duplice ordine, politico ed ecclesiale, sulla vicenda della “nota” alla proposta di legge Zan.

Le cose in gioco

Da più parti si è sottolineato come il testo del documento consegnato da mons. Gallagher all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede si configuri come una indebita ingerenza di uno stato straniero negli affari italiani. Nella semplificazione giornalistica, mons. Gallagher viene presentato come il “ministro degli esteri” di uno stato straniero e la Segreteria di Stato come la compagine di governo dello Stato della Città del Vaticano. Sono giudizi che semplicemente non corrispondo alla realtà delle cose, perché la Segreteria di Stato è un organo della Santa Sede, che è realtà distinta dallo Stato della Città del Vaticano e dalla sua amministrazione. L’articolo 39 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus, con cui l’allora pontefice Giovanni Paolo II ridisegnava la Curia Romana, ricorda che «La Segreteria di Stato coadiuva da vicino il sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione». Siamo dunque nell’ambito della Curia Romana, cioè di quella struttura che dovrebbe consentire al Papa di esercitare le prerogative che gli derivano dall’essere vescovo di Roma e Pontefice della Chiesa universale. Per questo, l’intervento della Segreteria di Stato presso il governo italiano non rappresenta la presa di posizione di uno stato straniero su affari interni alla Repubblica italiana ma piuttosto un atto riconducibile alla volontà del vescovo di Roma di intervenire nell’esercizio della propria funzione di religiosa. Un intervento, questo, che viene declinato esplicitamente dentro il perimetro normativo del Concordato fra Chiesa e Stato, che non è un trattato internazionale ma una convenzione stabilita fra la Chiesa, nella persona del Pontefice Romano rappresentato dalla Segreteria di Stato, e lo Stato per regolare le relazioni fra il potere ecclesiastico e quello politico in alcune materie di rilevanza religiosa, temporale o mista. Fra queste ultime materie rientrano, ad esempio, la questione dello statuto delle scuole cattoliche o del matrimonio religioso con effetti civili.

Tanto il ruolo della Segreteria di Stato quanto la forma Concordataria e il regime di libertà religiosa e laicità dello Stato a cui ha dato luogo nella Repubblica italiana sono elementi che appartengono ad un itinerario storico comune, che attraversa la storia italiana del Novecento a partire dai primi tentativi di risolvere la “Questione romana”, il travaglio del primo dopoguerra con la costituzione del Partito Popolare e passa poi per la firma dei Patti Lateranensi nel 1929 fra il governo fascista di Mussolini e la Santa Sede, l’inserimento in Costituzione nel 1947 e la revisione del 1984. Questo itinerario storico, politico e religioso continua ad avere un valore per capire lo stato attuale dei rapporti fra Chiesa e Stato in Italia, nella misura in cui questa serie di passaggi non risponde ad una logica storica univoca ma segna piuttosto stagioni profondamente diverse, nelle quali le finalità con cui si determinano equilibri e soluzioni sono molteplici e a volte conflittuali. I Patti del 1929, ad esempio, vedono convergere la convinzione, da parte della Chiesa cattolica, di riguadagnare una posizione “privilegiaria” in Italia, assumendo pienamente la funzione di espressione della religione di Stato, mentre per il regime fascista sono uno strumento di controllo del cattolicesimo italiano e di irreggimentazione della chiesa nella costruzione dello stato totalitario. Nel 1947 il quadro è completamente diverso e in seno all’Assemblea Costituente la scelta, non solo della Democrazia Cristiana, ma soprattutto del Partito Comunista è quella di fare salvo lo status garantito dal Concordato alla chiesa per evitare “guerre di religione”. Vi è inoltre una valutazione più profondamente politica e storica sul ruolo e sul radicamento della chiesa e del cristianesimo nella vicenda italiana (si pensi a quel che scrive Gramsci nei suoi Quaderni) e all’esigenza di evitare che una chiesa e una cattolicità che era stata in larga misura clerico-fascista rigettasse la Repubblica e la sua democrazia e far sì che, al contrario, se ne sentisse parte e dunque ne fosse uno dei pilastri.

Il nodo politico attorno al progetto di legge Zan

Se questo è il quadro di storico e concettuale che occorre tenere presente serve chiedersi quale valore abbia un intervento della Segreteria di Stato sull’iter legislativo del Parlamento italiano. Una domanda che implica un duplice ordine di considerazioni: quelle relative alla logica che guida la scelta della Santa Sede e quella che riguarda invece le implicazioni più strettamente politiche legata al quadro parlamentare italiano. È noto che sulla proposta di legge Zan la Conferenza Episcopale Italiana aveva già più volte espresso alcune riserve, lamentando timori di conseguenze delle norme contenute nel testo in discussione al Senato sul terreno della libertà di espressione e di insegnamento. Il fatto che alle parole del cardinal Bassetti subentrino ora quelle, molto puntuali, della Segreteria di Stato suggerisce che da parte della chiesa la questione si colloca in un orizzonte che non è più solo quello italiano perché il modo in cui il papato guarda all’Italia non è circoscritto ad una prospettiva nazionale ma piuttosto calato dentro una lettura globale della vicenda della Chiesa. Al riguardo c’è un passaggio nel testo della nota vaticana che è significativo e che rappresenta, in un certo senso, il cuore dell’argomentazione ivi contenuta, là dove si spiega: «Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina». Sono parole che recepiscono timori e preoccupazioni che non sono solo di una parte dell’episcopato italiano ma hanno una certa eco in ambienti forse non troppo numerosi ma certo presenti e rumorosi nella chiesa e che paventano il rischio di subordinare il dato dottrinale ad un adattamento al contesto sociale e culturale di un occidente giudicato irrimediabilmente “relativista”. Sono timori emersi con chiarezza, ad esempio, in alcune resistenze rispetto al sinodo che la Chiesa tedesca si appresta a tenere o nella scelta della maggioranza della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti di andare verso un documento sul sacramento dell’Eucarestia che potrebbe negare al presidente in carica la partecipazione al sacramento in ragione del suo essere a favore della legislazione sull’aborto. Due vicende, quella tedesca e quella americana, rispetto a cui la Santa Sede tiene due atteggiamenti opposti ma convergenti nel rigettare gli orientamenti espressi dalle due conferenze episcopali. Mentre in Germania e negli Stati Uniti la Santa Sede si muove dentro perimetri di relazioni con la sfera pubblica che hanno caratteristiche peculiari, in Italia il perimetro di intervento è dettato dal Concordato e dentro quel quadro si colloca una richiesta che, nella forma, da voce forse alla parte più timorosa dell’episcopato e della chiesa italiana rispetto ai contenuti della proposta di legge contro l’omofobia, ma lo fa circoscrivendo il nodo problematico. Si chiede cioè che la legge non entri ad esprimere una valutazione di ordine giuridico rispetto ai contenuti del magistero della Chiesa, quello che ancora oggi, in materia di sessualità e omosessualità, è fissato nel Catechismo.

È certamente vero che un intervento del genere mette in secondo piano le prese di posizione dei vescovi italiani e un atteggiamento che era parso sostanzialmente dialogante rispetto all’iniziativa politico-parlamentare. La nota ha l’effetto di avocare alla Santa Sede la questione e l’interlocuzione con lo stato italiano e scegliendo il passaggio formale del richiamo al Concordato seleziona l’interlocutore nel Governo della Repubblica piuttosto che nel Parlamento. Accanto a questo però, la vicenda rivela anche la fragilità del versante politico italiano. Emerge allora la debolezza dell’iter legislativo di una proposta di legge di iniziativa parlamentare che tocca questioni (tutela della dignità della persona, libertà di pensiero, libertà di espressione, etc.) sulle quali il confronto, la discussione e la pazienza della tessitura di rapporti e coinvolgimenti è una necessità politica. Perché occorre che su materie simili il Parlamento lavori ad un percorso di costruzione del consenso nel quale, alla fine, anche posizioni divergenti, che non necessariamente riescono ad arrivare ad un voto comune, si ritrovano e si riconoscono. Ripercorrendo le modalità con cui ha preso forma il testo presentato dall’onorevole Zan e soprattutto il modo con cui negli ultimi mesi è stato inserito nell’agenda politica italiana emerge una progressiva tendenza a svuotare l’iter del valore politico-pedagogico che assume un dibattitto democratico pubblico e diffuso attorno all’attività dell’assemblea legislativa per concentrarsi sul valore identitario che il provvedimento assume per alcune forze politiche, in particolare il Partito Democratico, che nell’attuale assetto politico faticano a marcare la differenza rispetto ai naturali avversari politici di destra. Si tratta certamente di una legittima strategia politica, che risponde all’esigenza di avviare un percorso di ricostruzione di un nucleo ideale riconoscibile attorno a cui raccogliere le diverse componenti di una forza politica. Tuttavia, scegliere di farlo su una proposta di legge che investe questioni così articolate, che escono dalla disponibilità di un unico partito perché riguardano la dimensione più estesa della funzione delle istituzioni repubblicane come deputate a riconoscere diritti e doveri e garantirne il loro effettivo esercizio, priva la politica della sua funzione di strumento da giocare nelle sedi parlamentari. Soprattutto le preclude il compito di esercitare una mediazione capace di costruire sintesi mediante il confronto e la forza degli argomenti. L’impressione è che nella fase di costruzione del testo e nell’iter di discussione parlamentare siano mancate proprio quelle mediazioni, formali e informali, che in altre occasioni (si pensi alle legislazioni sul divorzio e sull’aborto), pur nella dura contrapposizione di opinioni e giudizi e nella diversità di posizioni espresse dal voto parlamentare e dagli esiti dei rispettivi referendum, hanno però portato a formulazioni normative capaci di recepire istanze diverse e di rappresentare, al termine di percorsi lunghi e complessi, punti attorno a cui si coagula un consenso che si è dimostrato solido e stabile nei decenni, ben al di là degli opposti schieramenti originari.

Il nodo ecclesiale

Se le considerazioni sopra riportate valgono sul terreno delle ragioni della Santa Sede e di quelle della politica, vi un ulteriore livello, quello magisteriale, questo tutto interno alla Chiesa, su cui occorre porre l’attenzione. Al di là delle preoccupazioni circa l’esistenza o meno di un conflitto fra le sanzioni proposte dal testo in discussione al Senato e l’esercizio della libertà religiosa da parte della Chiesa, per i cattolici emerge il problema di come misurarsi con il tema della sessualità che rispetto al quadro morale attuale non investe più la determinazione di ciò che è moralmente lecito o meno, dunque della riconoscibilità di una condotta qualificabile in termini di peccato. Si tratta piuttosto di uno dei terreni su cui è chiesto un esercizio di intelligenza della fede perché per i cristiani si tratta di risolvere il sempre vivo e attuale nodo di come vivere, alla luce del Vangelo, la dimensione etica che è invece, di per sé, un elemento costitutivo dell’essere umano in quanto dotato di una ragione che, oltre ad essere speculativa, è anche pratica. Si tratta di un terreno delicato, nel quale si corre spesso il rischio di giocare il cristianesimo nei termini di un’etica, cioè di uno specifico sistema di valori che assume così una funzione identitaria, perché il dirsi cristiani viene di fatto vagliato sulla base di una coerenza rispetto a un nucleo ristretto e specifico non solo di comportamenti ma anche di opinioni morali espresse pubblicamente. Eppure, nella più autentica traditio della chiesa è viva la consapevolezza che il cristianesimo ha informato di sé sistemi etici diversi nel corso del tempo ma anche in contesti sociali diversi. Lo ha fatto certo ponendo l’accento su determinati valori e principi ma sempre imprimendo una evoluzione ad una valutazione del bene e del male morale che pertiene alla capacità della ragione umana di costruire sistemi valoriali e processi di valutazione razionalmente argomentati. Più in profondità, in questo complesso rapporto con ciò che è autenticamente umano, il cristianesimo ha sempre saputo riconoscere lo stretto legame fra la dimensione etica e la definizione di specifiche antropologie, così che è il modo di comprendere l’essere umano che si tiene assieme alla determinazione di una certa razionalità pratica e dunque con l’elaborazione di un certo quadro di riferimento valoriale sul piano morale. In questo senso la sapienza cristiana non ha un’unica specifica antropologia da proporre, nella misura in cui la stessa prospettiva biblica si preoccupa di restituire una pluralità di punti di vista circa l’essere umano e la sua natura, aprendo la strada ad una ricchezza teologica e sapienziale che è parte non solo della storia ma della vita stessa della Chiesa.

Il magistero in materia di relazionalità sessuale e di concezione dell’omosessualità che la nota della Santa Sede esplicita nel passaggio centrale – già citato in precedenza – fa propria una formulazione che tuttavia non è univoca nella tradizione sapienziale della Chiesa stessa. Esso infatti risponde ad una antropologia che appartiene a coordinate culturali consegnate da tempo alla storia e che è da tempo oggetto di discussione critica sul terreno teologico così come nella sua traduzione magisteriale. La consapevolezza che l’intelligenza cristiana del valore della relazionalità, dell’affettività e della sessualità si misura con la ricchezza e varietà dell’umano comporta l’esigenza di lasciare spazio alla vitalità del confronto e ai tempi della maturazione comunitaria per diventare elemento di rinnovamento del magistero. In questo senso, proprio la vicenda della nota sulla proposta di legge Zan, restituisce tutta l’attualità ecclesiale e non solo di un recente appello di alcuni teologi italiani ad un esercizio aperto, libero e vivo dell’intelligenza teologica (si vedano al riguardo le considerazioni di Andrea Grillo nella serie di articoli dedicati a “Salvare la Fraternità-Insieme” sul blog “Come se non”: https://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/).

Questo esercizio di teologia non ha un valore solo interno alla Chiesa. La vicenda di questi giorni dimostra ancora una volta che nella realtà della vicenda umana il fatto religioso non è confinabile alla dimensione privata ma ha un rilievo pubblico e politico, incide cioè sulla “polis” perché informa di sé le coscienze di credenti che sono cittadine e cittadini della città dell’uomo e in essa operano con griglie valoriali e parametri morali che risentono dell’esperienza di fede.

Cos’è laicità

Tutto questo restituisce l’importanza, dal lato politico, di un’attenzione di carattere anche culturale a quanto avviene all’interno della sfera religiosa, dunque dello sviluppo di una capacità di comprendere le dinamiche delle comunità religiose, l’impatto che esse hanno sulla sfera più strettamente civile e affinare una capacità di mediazione che non significa semplice eliminazione delle divergenze ma piuttosto capacità di fare anche delle fedi e delle loro espressioni un elemento di quel pluralismo sociale, culturale e storico che alimenta e rafforza la vita pubblica. Torna allora il tema della laicità che in queste ore è stato rimesso al centro, come una sorta di bussola, da parte del Presidente del Consiglio Mario Draghi. Nel breve intervento al Senato della Repubblica nel quale si è espresso circa la vicenda, Draghi ha certamente ribadito la piena laicità dello Stato e dunque la libertà del Parlamento nell’assolvimento dei propri compiti di legislatore. Ha però anche offerto una spiegazione di cosa sia la laicità che caratterizza la Repubblica italiana e lo ha fatto citando la nota sentenza del 1989 con cui la Corte Costituzionale delineava la specificità del “modello italiano” tanto rispetto alla laicité francese quanto rispetto al modello anglosassone e statunitense in particolare. Dentro il contesto italiano laicità non significa indifferenza della dimensione politica e istituzionale rispetto al dato religioso: al contrario, quest’ultimo, in quanto è una delle forme con cui l’essere umano si esprime in quanto persona, è un elemento che attiene alla sfera prepolitica, che le istituzioni della Repubblica non possono che riconoscere e garantire nella libertà del suo esercizio. Questo ha implicazioni non solo di principio ma di metodo, nello specifico sul terreno politico: obbliga infatti chi opera nelle istituzioni della Repubblica a misurarsi con questo aspetto della vita delle cittadine e dei cittadini, con questo fatto che rappresenta un limite per lo Stato (che non ha competenza sulla autodeterminazione dei sistemi valoriali delle comunità religiose) ma al tempo stesso apre uno spazio ulteriore di responsabilità e libertà proprio per i credenti e le comunità religiose. Queste ultime, infatti, sono chiamate a riconoscersi nella Repubblica democratica, quale spazio all’interno del quale contribuire, nel pluralismo delle convinzioni, delle credenze e delle prassi, a costruire quelle relazioni in cui diritti e doveri diventano possibili e si compiono.