Un invito a raccontarci


La storia di un uomo saggio cosciente di ciò che bisogna avere il coraggio di perdere per salvaguardare il tutto


Paolo De Benedetti, teologo e biblista italiano di origini ebraiche, narrava in un suo libro del 1992 (Ciò che tarda avverrà) la vicenda di Jochanan ben Zakkaj, il rabbì che nel 68 d.C., consapevole dell’ineludibile destino che segnava la città e il tempio, incendiati e distrutti due anni dopo, si finse morto e così riuscì a uscire in una bara da Gerusalemme, assediata da Vespasiano, portando con sé soltanto la torah, il rotolo della parola di Dio. Vespasiano, infatti, lasciava uscire dalla città assediata solo i morti, per timore dei contagi (!). Presentatosi poi a Vespasiano, Iochanam ben Zakkaj ottenne da lui che il modesto sinedrio di Javne, l’attuale Tel Aviv, fosse risparmiato e lì rifondò il giudaismo come popolo della torah, un popolo senza terra, senza re, senza tempio, ma fondato sulla Parola di Dio. Salvò così l’essenziale. “La decisione di Rabbì Jochanan – commenta De Benedetti – ha avuto per l’ebraismo un’importanza incalcolabile: egli riuscì a preservare la continuità della tradizione, la catena ininterrotta della Legge orale e con gli altri maestri convenuti a Javne per il richiamo della sua autorità assicurò all’ebraismo i mezzi giuridici, rituali, organizzativi e morali per sopravvivere […]. C’è molto da riflettere su quello che può fare un uomo: rabbì Jochanan era uno studioso senza autorità ufficiale. Egli fu il solo, tuttavia, a scorgere chiaramente quello che si poteva conservare e quello che si doveva abbandonare per conservare il tutto […]. Egli seppe leggere, come si direbbe oggi, i segni dei tempi, ma in questi segni non vedeva solo la storia, bensì la misteriosa volontà di Dio, che egli era abituato a venerare in ogni precetto”. De Benedetti aggiunge che ai cristiani non è accaduto di dover compiere un mutamento così radicale come quello toccato all’ebraismo, ma riteneva (ed eravamo nel 1992) che questo fosse più che mai necessario, perché “il grande tempio della cristianità tradizionale è già profondamente intaccato dal fuoco, e sono venuti meno i riti che vi si compivano per dare al mondo intero una buona coscienza”. Che sia arrivato il momento buono? Il paragone tra la pandemia che ci ha colpito e la distruzione di Gerusalemme con il suo tempio non è fuori luogo. Come donne e uomini siamo stati ricondotti alle nostre fragilità e come Chiesa siamo stati spogliati dei nostri riferimenti simbolici e delle nostre proposte pastorali. Anche noi siamo chiamati a discernere i segni dei tempi, a cogliere quale appello dello Spirito ci viene rivolto.

La forza nutriente dei racconti Il modo migliore per operare un discernimento ecclesiale su quanto sta accadendo è il racconto. Certo, dobbiamo anche riflettere, analizzare, argomentare. Ma questi linguaggi rimarranno sempre troppo poveri rispetto al senso di quanto sta accadendo. “Di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”, scriveva Umberto Eco nella prefazione al suo romanzo Il nome della rosa, quasi a scusarsi con i lettori per non avere scritto un saggio. I racconti custodiscono il senso eccedente degli accadimenti e lo restituiscono ogni volta a chi li ha vissuti e a chi li ascolta come una fonte inesauribile di significati. I racconti biblici hanno questa forza nutriente, ma anche quelli delle nostre “piccole storie di salvezza”. Ora, le storie che vale la pena raccontare sono quelle che al centro hanno una crisi. Noi sentiamo il bisogno di raccontare e di raccontarci quando siamo stati sorpresi da qualcosa di inatteso, scombussolati, disorientati, feriti, confusi. Perché non rimanga soltanto il contraccolpo di un accadimento non voluto e da cancellare il più in fretta possibile (“andrà tutto bene”) occorre custodire quello che è accaduto e lo possiamo fare raccontando. Perché così facendo ciò che sembrava solo una disgrazia potrà essere integrato, accolto, riformulato. E forse rivelare inaspettatamente una grazia. Possiamo tessere la trama dei nostri racconti in cinque capitoli: cosa ci è capitato, come abbiamo reagito, quali segnali dello Spirito ci sono dati, cosa è bene che lasciamo andare, su quale futuro possiamo investire. Non siamomobbligati a seguire questo ordine. Ogni capitolo può costituire il punto di partenza.

Che cosa ci è capitato I racconti uniscono. Ci è capitato di tutto. Diamo un nome a ciò che è accaduto all’interno delle nostre famiglie, nei nostri legami di coppia e di amicizia, nei nostri ambienti di lavoro, nelle nostre comunità ecclesiali. La prima qualità dei racconti è quella di creare solidarietà. Non è il classico “mal comune mezzo gaudio”, è condividere quello che accade a ciascuno per ritrovarsi in una comunione più profonda e vera, quella comunione che nasce di fronte al nostro bisogno di salvezza.

Come abbiamo reagito I racconti guariscono. Le reazioni sono state tante, di ogni tipo. Raccontiamo prima di tutto come abbiamo reagito personalmente. Esprimiamo i nostri sentimenti: sconcerto, paura, diffidenza, impazienza, confusione, speranza, delusione… I racconti hanno una grande forza terapeutica, delle inattese proprietà medicinali che se non arrivano a guarire magicamente, di sicuro aiutano a integrare i limiti e le fragilità e a restituire fiducia nella vita. Raccontiamo poi come ha reagito la comunità ecclesiale, quella a noi più vicina e quella più grande a cui apparteniamo. Qui la domanda fondamentale è questa:

quale volto di Chiesa è venuto fuori? Una Chiesa ansiosa di riempire i vuoti, buon samaritano, preoccupata di ripristinare i riti, che si è sentita assediata, svuotata, una Chiesa che ha custodito la speranza, che ha saputo stare in silenzio… Non ci sono solo i sentimenti personali da guarire con il racconto, ci sono anche quelli delle nostre comunità.

Quali segnali dello Spirito I racconti istruiscono. Raccontare ci aiuta a trovare un senso a quanto sta accadendo. Il racconto non è mai una semplice fotografia o cronologia degli avvenimenti. Raccontiamo per trovare un significato, per esempio per capire che forse stavamo correndo troppo, eravamo come un motore

fuori giri, inseguivamo obiettivi che non ci rendono umani, o semplicemente procedevamo senza meta. In termini umani la domanda è: quale messaggio ci raggiunge in questa situazione, quale lezione siamo chiamati a trarre? C’è un appello a pensare una convivenza umana nuova, un nuovo modo di stare al mondo, di rapportarci con la casa comune, di pensare il progresso in modalità diverse…? In termini di fede siamo sicuri che Dio non ha certo voluto il virus, come in maniera folle qualcuno ha detto, ma certo Egli ha una parola da dirci rispetto a quanto

accade. Quale è questa parola? Cosa dice lo Spirito alla sua Chiesa?

Cosa siamo chiamati a lasciare I racconti “puliscono”. Prima di decidere cosa fare per il futuro è bene avere la lucidità di chiederci cosa dobbiamo avere il coraggio di lasciare andare. Come quando si cambia casa, c’è tanta pulizia da fare e che fatica lasciare cose inutili che avevamo ammucchiato credendole essenziali. Ci è chiesto un trasloco sostanziale e difficile, a livello umano e di fede. Nominiamo insieme cosa abbiamo capito che non è più importante, che non merita affidamento, che domanda di essere lasciato per poter salvare l’essenziale. Una teologa italiana, Stella Morra, dice che il tempo che stiamo vivendo è come una bassa marea, che ha lasciato emergere cosa c’è nei fondali. Insieme a tante bellezze nascoste nel mare sono apparse tutte le cose inutili, i vetri rotti, le bottiglie di blastica, i rifiuti. Facciamo pulizia di ciò che deturpa o semplicemente appesantisce la nostra vita e quella delle nostre comunità.

I germi di bene su cui investire I racconti ispirano. Nella sera del 27 marzo, nella piazza deserta della basilica di San Pietro, papa Francesco ha pronunciato queste parole in forma di preghiera: «Non è il tempo Signore del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri». Ci sono tanti germi di bene che sono nati in questo periodo, potenzialità che mai si erano espresse, generosità e dedizioni senza etichette, gesti che ci hanno resi più umani. Dove è abbondato il dolore lì è abbondato l’amore. Sono avvenute cose preziose dentro le nostre case, quando i riti erano sospesi e la Chiesa ha preso la forma della casa domestica. Cosa dobbiamo assolutamente non perdere? Su cosa non dobbiamo tornare indietro? Noi non potremo e non dovremo riprendere a fare tutto quello che facevamo prima aggiungendo quello che abbiamo fatto in questo tempo sospeso. Dobbiamo scommettere su ciò che ha resistito alla prova, su ciò che di umano è emerso nella sofferenza, su ciò che è stato purificato nel fuoco, su ciò che può diventare vangelo per noi e per tutti. Il racconto di Paolo De Benedetti termina così: “Oggi ogni cristiano è personalmente impegnato a uscire dal vecchio tempio e seguire una stella destinata a condurre proprio lui. Solo così alla fine tutta la chiesa di Dio si troverà in salvo, in questo mondo profano ma così caro a Dio”. Con i nostri racconti disegniamo i tratti di un volto nuovo di persona, di famiglia, di Chiesa, di umanità.


Fratel Enzo Biemmi

catecheta, docente della Facoltà teologica del Triveneto


 

(foto di copertina: youssef naddam - unsplash)