Qui in Brasile la situazione è disperata

intervista a don Maurizio Setti di Alessandro Trebbi in Il Resto del Carlino del 2 giugno 2020

Non è «un’esagerazione mediatica». La storia del Brasile ai tempi del coronavirus «è esattamente come la descrivono i media occidentali, un disastro». A raccontarlo è don Maurizio Setti, missionario della diocesi di Modena da oltre vent’anni di stanza in Brasile. «Una comunità dove sono giunto grazie all’invito del vescovo – racconta il padre – e dove poi sono rimasto, in accordo con la diocesi».

Don Maurizio, partiamo dalla sua comunità: siete isolati?

«Completamente, è tutto bloccato. Da Manaus, la capitale della regione, arrivano solo le barche con gli approvvigionamenti alimentari. Al massimo vediamo gli aerei militari che portano via i pazienti più gravi».

Fare il missionario diventa ancora più difficile?

«Beh, non siamo più i missionari dell’immaginario novecentesco. Queste sono tutte comunità dove c’è un catechista: noi facciamo le cosiddette itineranze, quattro o cinque viaggi all’anno per fare formazione e ascoltare i problemi dei villaggi lungo il fiume».

Le tribù indigene della foresta sono ancora irraggiungibili?

«Sì, ci riusciamo a occupare solo degli indios che vivono lungo il fiume o vicino alle città: dentro le foreste, impenetrabili, si parla di oltre cento tribù ancora mai entrate in contatto con l’uomo bianco».

Ci parli della situazione nella città di Sao Gabriel...

«Come dicevo le notizie che arrivano da voi sono vere. In Amazzonia Manaus è andata in tilt, le casse da morto in fila a San Paolo e Rio de Janeiro sono ormai entrate nell’immaginario di tutti. Qui a Sao Gabriel i casi sono tanti. A ieri avevamo più di 1800 positivi e altri 1000 monitorati in casa. Ci sono già 21 morti da coronavirus in questa piccola comunità».

I presidi sanitari?

«C’è un piccolo ospedale, dove ospitiamo quattro persone intubate, ma non c’è terapia intensiva. I quattro casi più gravi sono stati trasferiti in aereo a Manaus».

Il caldo non è un deterrente per il virus?

«Assolutamente no. Qua è caldo umido, è vero che siamo nel periodo invernale delle piogge, ma la temperatura non cambia la gravità della malattia. Lungo i fiumi la situazione è meno disperata».

E la comunità ecclesiastica?

«In diocesi anche il vescovo ha contratto il virus come quasi tutte le suore e i salesiani. Io per ora mi sono salvato: tampone negativo, anche se per alcuni giorni ho avuto sintomi».

C’è qualche misura efficace di contrasto al virus?

«Si parla di lockdown, ma non si è fatto nulla di significativo. Al mattino la città è piena di gente, il mercato è aperto. Solo quando c’è il coprifuoco nessuno gira in strada».

L’epidemia fa vittime soprattutto tra i più deboli?

«Sì. Qui è iniziato tutto dalla classe medio-alta di San Paolo e Rio de Janiero, lavoratori che viaggiano. Poi il virus si è arrivato nelle periferie, nelle favelas, ed è diventato insostenibile».

Anche economicamente?

«Il contributo statale ai senza lavoro è di circa 600 reais che saranno ridotti a 200 (da 150 euro a 50 euro circa, ndr). Non si vive, così».

È vero ciò che si dice di Bolsonaro su indios e deforestazione?

«Nel suo piano politico l’Amazzonia è un luogo primitivo da civilizzare. La deforestazione qui non c’è, ma in altre parti della foresta è aumentata esponenzialmente. I latifondisti si impossessano del terreno per metterlo a produzione: nessuno è perseguito, come invece succedeva in passato. Sotto la pandemia continua questa politica e gli indios muoiono più per le armi, che per il virus».