Referendum costituzionale: perché sì, perché no

da Avvenire



PERCHÉ SÌ

L’Italia è il Paese con il numero più alto di 'onorevoli' se si guarda solo agli eletti I 7 tentativi negli anni e la 'produttività' Quattro numeri: 553, 100.666, 7 e 1178. Non da giocare al Lotto, sono le cifre che possono supportare le ragioni del Sì al referendum del 20 e 21 settembre sulla riduzione di oltre un terzo del numero dei parlamentari (alla Camera da 630 a 400 e al Senato da 315 a 200, oltre a massimo 5 senatori a vita). Una riforma costituzionale che, non avendo ottenuto nel voto finale al Senato la maggioranza dei 2/3, è ora sottoposta a referendum confermativo (perciò non c’è il quorum dei votanti per renderlo valido), il quarto nella storia. LA COERENZA. Il primo numero - 553 - si riferisce al plebiscito con cui, dopo la 'conversione' del Pd (che prima in Parlamento aveva votato 3 volte contro questa legge) folgorato ad agosto 2019 sulla via del governo Conte-2, l’8 ottobre scorso la Camera approvò definitivamente la riduzione, a fronte di appena 14 contrari (i sì erano stati 310 a maggio). Una maggioranza fra le più schiaccianti di sempre per una legge: solo per fare un raffronto, lo scorso luglio - anche se in tempi di pandemia - la proposta sull’assegno unico ai figli è passata con 452 sì, 100 in meno. «Per chi in Parlamento ha votato a favore – osserva Stefano Fassina, deputato di Leu – è questione di coerenza e serietà. Se Pd, Iv e Leu passassero al no sancirebbero il disconoscimento non soltanto del programma di governo, che al punto 10 prevedeva appunto la riduzione dei parlamentari, ma dell’intero pacchetto di riforme, che non può diventare a la carte. Si indebolirebbe ancora di più il collante positivo della maggioranza». IL RAFFRONTO INTERNAZIONALE. Una delle tesi più sostenute dai fautori del no è che, con il taglio, si 'diluirebbe' di molto la rappresentanza, in rapporto al numero degli abitanti. Tutto sta a intendersi sulle premesse. In particolare su quel 'bicameralismo perfetto' che è una caratteristica peculiare italiana (visto il fallimento dei tentativi di riforma) e un fattore che altera il raffronto. La realtà dei numeri dice che in Europa l’Italia è oggi il Paese col numero più alto di parlamentari eletti direttamente (945). La Germania per dire, con 23 milioni di abitanti in più, ha 709 membri nel Bundestag. Questo perché spesso all’estero la Camera 'alta' ha funzioni e caratteristiche diverse (ed elezione indiretta), come il Bundesrat a Berlino con i suoi 69 componenti. È così pure in Francia: l’Assemblea nazionale ha 577 deputati eletti dal popolo, cui poi si sommano i 404 del Senato transalpino. «È una scelta tutta italiana – annota lo studioso Carlo Fusaro – suddividere gli eletti in 2 Camere che fanno le stesse cose: resta che c’è oggi un parlamentare ogni 63.900 abitanti e, dopo la riforma, ce ne sarà 1 ogni 100.666, sempre più che da ogni altra parte ». Anche in Spagna il rapporto è 1 a 84.230. È se invece si raffronta la sola Camera che il rapporto balzerebbe a 1 ogni 151mila abitanti (oggi è 96mila). Un raffronto parziale, però. I TENTATIVI. Peraltro quello di 945 non è un numero 'magico' deciso dai padri costituenti. È stato fissato dalla legge costituzionale nr. 2 del 1963. Prima, quindi, che con i Consigli regionali e col Parlamento Europeo si introducessero ulteriori forme di rappresentanza. In assoluto, non esistono standard internazionali che consiglino un qualsiasi rapporto seggi-popolazione. Pur premettendo che erano generalmente inseriti in un più ampio progetto di revisione delle istituzioni, va ricordato però che sono stati ben 7 i tentativi di riduzione del numero dei parlamentari, a partire dalla commissione Bozzi del 1983 e fino alla riforma Renzi. «Con il Sì - argomenta il costituzionalista e deputato dem Stefano Ceccanti, fra i più attivi –, avremmo un numero di parlamentari uguale a quello che fu pensato dalla bicamerale De Mita-Iotti nei primi anni ’90, ben prima della crescita delle forze populiste. Non si capisce perché dovrebbe essere una riforma antidemocratica... ». LA LINEA DEM. Ancor più curioso è ricordare allora il ddl costituzionale 1178 presentato nel 2008 al Senato dal Pd, basato sul solo taglio dei parlamentari. La cui relazione, ricorda ancora Ceccanti, iniziava dicendo - 12 anni fa - che così si 'intende corrispondere a un’istanza d’innovazione del nostro ordinamento costituzionale da tempo fortemente avvertita dalla società civile'. Un ultimo argomento contrapposto al No è quello della 'produttività': dai resoconti ufficiali della legislatura 2013/18 emerge che il 40% dei deputati ha disertato più di un terzo delle votazioni, con una punta del 66% (senza le missioni) per il gruppo di Ap. E gli economisti Boeri e Perotti hanno rilevato in un articolo che «poco più del 10% dei parlamentari ha sommato tra loro più d’un incarico, mentre i 2/3 non hanno ricoperto alcun ruolo».


PERCHÉ NO

Dietro l’unanimità ufficiale, dubbi e voglie di sgambetto per bocciare una riforma che fa risparmiare «un caffè al giorno»

#Lademocrazianonsitaglia e un No a caratteri cubitali in cui la 'o' è un cerchio raffigurante una tazza di caffé. È l’immagine simbolo di una campagna in rimonta che è riuscita, quanto meno, a togliere la patina di inutilità al voto del 20 e 21 settembre, che ora appare non più scontato, a dispetto della quarta votazione quasi unanime della Camera, con tutti i grandi partiti schierati o 'convertiti' al Sì. PER UN CAFFÈ ALL’ANNO. Con un «taglio lineare » alla rappresentanza parlamentare del 36% si ottiene il risparmio dello 0,007% della spesa pubblica, pari grosso modo - appunto a una tazza di caffè l’anno. Dietro questo slogan di facile 'presa' prendono corpo due fenomeni in grado di innescare possibili prese di distanza dalle posizioni ufficiali dei singoli partiti. Nel Pd si fa largo un’obiezione diffusa, che fa capo a diversi oppositori della segreteria (Matteo Orfini, Tommaso Nannicini, Giorgio Gori) i quali lamentano la resa senza condizioni al M5s, non essendo arrivati i correttivi inseriti nel patto di governo. Invece nelle opposizioni, con esiti imprevedibili, si fa strada la voglia inconfessabile di mettere in difficoltà il partito di maggioranza relativa su una sua battaglia- simbolo dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con sprezzo del pericolo, trascurando il precedente che ebbe per vittima Matteo Renzi, ha voluto metterci la faccia. Altrettanto hanno fatto diversi esponenti di Forza Italia, schierati apertamente per il No come Andrea Cangini, Simone Baldelli, Giogio Mulé, Gianfranco Rotondi e Antonio Palmieri. COSTITUZIONALISTI IN CAMPO. A scaldare la competizione è la presa di posizione di autorevoli giuristi (Giuseppe Tesauro, Ugo Giuseppe Rescigno, Paolo Armaroli, Michele Scudiero, Lorenza Violini, per citarne alcuni) che hanno raccolto per il No 200 firme. Argomenti forti, nell’appello dei costituzionalisti. Opporsi a una riforma che «svilisce il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili né sul piano dell’efficienza, né su quello del risparmio della spesa pubblica», e che sembra «ispirata da una logica punitiva nei confronti dei parlamentari, confondendo la qualità dei rappresentanti con il ruolo stesso dell’istituzione rappresentativa ». E a un taglio che «presuppone che la rappresentanza nazionale possa essere assorbita in quella di altri organi elettivi (Parlamento Europeo, Consigli regionali, Consigli comunali...) contro ogni evidenza storica e contro la giurisprudenza della Corte costituzionale ». Ancora: «La riforma riduce in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori». In particolare si paventa che il Senato, con una rappresentanza ridotta a soli 200 membri elettivi, farebbe fatica a reggere i compiti derivanti dal bicameralismo paritario. I DUBBI DEL PD. Ci sono molte proposte già pronte rimaste nei cassetti. Per fronteggiare i maldipancia interni il Pd ricorda agli alleati, e soprattutto al M5s, un dovere di «coerenza», per stare ai patti. Nei piani della maggioranza c’è l’allineamento a 18 anni dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato. Ma il nodo principale è la modifica dell’articolo 57 della Costituzione per eleggere i senatori su base circoscrizionale, e non più regionale, con l’obiettivo di scongiurare una penalizzazione eccessiva dei partiti minori nelle Regioni più piccole. Poi c’è la modifica all’articolo 83 della Carta, cioè quello che riguarda l’elezione del capo dello Stato. Attualmente al voto in seduta comune partecipano tre delegati per Regione. La maggioranza vuole abbassarne il numero a due, in modo tale da bilanciare il peso rispetto al Parlamento che dovrebbe perdere un terzo dei componenti. Fra le riforme sulle quali Graziano Delrio (spalleggiato dal segretario Nicola Zingaretti) chiede almeno un passaggio parlamentare prima del voto, la riforma dei regolamenti parlamentari e, soprattutto, la legge elettorale. Ma l’accordo per un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento vede la netta opposizione di Italia Viva. SFIDA al M5S. Ma non sono solo le opposizioni a meditare uno sgambetto al partito di maggioranza relativa. Il guanto di sfida più insidioso lo lancia un 'ex' di peso come il 'comandante' Gregorio De Falco. Espulso dal Movimento, il senatore rivendica di non averne tradito il pensiero. Anzi. Ne ha fatto la sua battaglia, andando in giro per l’Italia con un folto gruppo di giovani: «Io non ho cambiato idea: il taglio della rappresentanza democratica non valeva un caffè nel 2016 e non lo vale ora. Oggi, come quattro anni fa, #IoVotoNO all’arroganza del potere».