Senato "al maschile": ma escludere i nomi al femminile è negare la realtà

di Antonella Mariani, in Avvenire, 28 luglio 2022


Senato, sostantivo singolare maschile. Anzi, tenacemente maschile. Non importa che "il" presidente sia a tutt’oggi in effetti "la" presidente (Maria Elisabetta Casellati) e che il 34,58 per cento dei senatori siano in effetti senatrici (111 su 321), il regolamento non cambierà: nelle comunicazioni istituzionali si continuerà a scrivere "Onorevoli senatori", "I componenti della Commissione", "Il segretario" e non "Onorevoli senatori e senatrici", "I componenti e le componenti", "Il segretario e la segretaria" e via così. Il maschile come "neutro" per indicare ruoli e funzioni ricoperti in realtà da uomini e donne, ben sapendo tutti, fin dalle elementari, che la lingua italiana ha solo due generi: il maschile e il femminile. Il neutro non esiste.

E così ieri in Senato si è consumato l’ennesimo trionfo della tradizione (anzi, del tradizionalismo) e del "si è sempre fatto così". Approfittando della discussione del nuovo regolamento, necessario a causa della riduzione del numero dei senatori, la pentastellata Alessandra Maiorino aveva presentato l’emendamento "Disposizioni per l’utilizzo di un linguaggio inclusivo" che suggeriva e raccomandava (niente obblighi, per carità, la materia è sensibile) di inserire nelle comunicazioni istituzionali del Senato "formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche (…) nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne". Ma è successo che Fratelli d’Italia (del resto, sono fratelli, mica sorelle, benché sia l’unico partito a guida femminile di tutto l’arco politico...) abbia chiesto il voto segreto, e l’emendamento è stato affossato. 152 "sì", non sufficienti per l’approvazione. C’è da dire che nel campo di chi poi si è stracciato le vesti, a sinistra, mancavano ben 18 senatrici. Ma questa è un’altra storia.

Niente di grave: in fondo i problemi delle donne sono altri. C’è il gap salariale, il soffitto di cristallo, le discriminazioni sul lavoro, la scarsità dei servizi alla famiglia... Tutto vero, ma con il "benaltrismo" si rischia di restare immobili per l’eternità. Nel mentre che il Senato difendeva il suo fantomatico "maschile-neutro", centinaia di sindache e di assessore in Italia amministrano Comuni, migliaia di avvocate e magistrate maneggiano codici, astronaute passeggiano nello spazio, pilote guidano aerei... Il femminile professionale non è un vezzo né un’ideologia. È semplicemente ciò che dà un nome a una realtà concreta che esiste e non è più marginale, una realtà alla portata delle ambizioni e dei progetti di ogni bambina e di ogni ragazza.

Le senatrici esistono, perché non chiamarle con il nome che spetta loro? Perché nasconderle e renderle inesistenti, seppure solo nelle comunicazioni istituzionali di una delle due Camere? La mancata approvazione dell’emendamento per il "linguaggio inclusivo" in un certo senso tradisce anche il lavoro che da anni il governo italiano porta avanti (anche attraverso il Dipartimento per le pari opportunità istituito nel 1997) insieme allo stesso Parlamento. Lo tradisce perché se è vero che la parità sostanziale si deve realizzare negli uffici, nella famiglia, nelle istituzioni, affinché non vi siano opportunità e diritti negati a nessuna donna né talenti sprecati, è altrettanto vero che il linguaggio non è un orpello inutile ma è un tassello di quella parità. Il linguaggio è identità. Intestare una legge agli "onorevoli senatori" senza aggiungere "e senatrici", non è un plurale collettivo "neutro", ma una esclusione. Di più: la negazione della realtà.


Barry Falls