Si rischia di normalizzare il pericolo mafioso

di Luigi Ciotti in “La Stampa” del 22 maggio 2022

A 30 anni da Capaci, tragica fine delle vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, il rischio maggiore è quello di una normalizzazione del pericolo mafioso. Rischio di pensare che una mafia meno cruenta non rappresenti più un pericolo mentre è vero il contrario: le mafie attuali organizzate come imprese – a cominciare dalla ‘ndrangheta, la più potente di tutte – realtà insediate nel tessuto economico e capaci di arricchirsi nell’ombra, sono più forti di quando imponevano il loro potere con le armi e le cariche di tritolo. Mafie che – facendo leva sul disinteresse, la sottovalutazione o la miopia di tanti – continuano ad attingere enormi profitti da “mercati” tradizionali come quello del traffico di droghe o da relativamente nuovi come quello del gioco d’azzardo. Mafie infine che hanno ormai assunto una dimensione internazionale, come anche Papa Francesco ha recentemente denunciato con forza: ci troviamo ormai di fronte a una globalizzazione mafiosa, una convergenza tra il sistema economico del cosiddetto “libero mercato” e quello delle organizzazioni criminali. Ecco allora che ricordare oggi Giovanni Falcone e i martiri di Capaci significa ripensare la lotta alle mafie e ripensare anche il concetto di legalità. Non c’è legalità senza giustizia sociale. Se mancano i diritti sociali fondamentali – il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria – la legalità rischia di diventare un principio di esclusione e discriminazione. Ecco allora che l’espressione “educazione alla legalità” – senza nulla togliere all’ammirevole impegno di tanti insegnanti – va sostituita con “educazione alla responsabilità”. È la responsabilità, infatti, l’architrave di ogni processo educativo e culturale, perché responsabilità vuol dire imparare ad essere liberi con gli altri e per gli altri, non contro di loro. Una società non responsabile, dove prevale l’interesse individuale, proprietario, esclusivo – all’occorrenza ladro o parassita del bene comune – sarà sempre una società mafiosa nell’anima, una società intrinsecamente violenta come lo sono oggi le mafie, che magari uccidono di meno ma rendono tante persone vive morte in speranza e dignità, persone prive di diritti e di futuro. Giovanni Falcone sapeva bene che la legalità è un mezzo e non un fine perché – come Paolo Borsellino, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Rosario Livatino e tutti i magistrati e uomini delle istituzioni (vedi Carlo Alberto dalla Chiesa) e anche dei partiti (vedi Pio La Torre e Piersanti Mattarella) che hanno servito la democrazia lottando contro poteri criminali ma anche corrotti o ingiusti – Giovanni Falcone aveva come orizzonte la giustizia, cioè la libertà e la dignità di ogni essere umano. Questa è l’eredità che ci ha lasciato. Un’eredità etica, onerosa, che solo in parte il nostro Paese si è assunto. A fronte dei tanti passi in avanti compiuti nel contrasto alle organizzazioni criminali – Palermo ad esempio è una città profondamente cambiata e in parte bonificata dalla presenza mafiosa – o nella dotazione di strumenti legislativi di cruciale importanza come la legge sulla confisca dei beni mafiosi e il loro riutilizzo sociale, certi nodi non sono stati risolti e oggi vengono dolorosamente al pettine. Penso alla corruzione, terreno fertile per la diffusione del male mafioso e oggi metodo che le mafie stesse hanno adottato per arricchirsi nell’ombra e in silenzio, senza destare allarme sociale, usando i soldi per fare i soldi, costruendo con la forza del denaro complicità e collusioni a vari livelli. Ecco allora che non possiamo ricordare Falcone solo nella ricorrenza di Capaci: dobbiamo fare della sua memoria il nostro impegno a interrogarci, essere onesti, avere il coraggio di fare scelte scomode, di rifiutare i compromessi. E poi, come società non solo “civile” ma responsabile, partecipare e contribuire al bene comune, cioè essere cittadini fino in fondo, come ci chiede la Costituzione. Falcone ci ha insegnato che il male non è solo di chi lo commette, ma anche di chi guarda e lascia fare. Ci ha insegnato che la legalità è un fatto di civiltà e giustizia sociale. Ci ha insegnato che bisogna vivere, non lasciarsi vivere. Ecco allora che questo trentesimo anniversario deve segnare un punto di svolta, un impegno più grande e consapevole. Non occorrono “eroismi”: occorre umiltà, tenacia, passione per il bene comune e capacità di leggere la realtà con sguardo profondo e di ascoltare le sue spesso mute grida di sofferenza con “l’orecchio del cuore”, come c’invita a fare Papa Francesco. Occorre nondimeno un impegno composito, multiforme, che intrecci i mondi della scuola, dello sport, della cultura, arte e anche dell’economia, frutto di uno sguardo non più solo specialistico ma meticcio, transdisciplinare, consapevole del profondo legame tra “Bene” e Bello”, etica ed estetica, forma e contenuto. Occorre infine il coraggio più difficile ma più necessario: quello di rispondere ogni giorno alla propria coscienza.