Sicilia, laboratorio di paura

da Avvenire

di Nello Scavo


La macchina della paura non ha fatto cilecca. L’untore dalla pelle scura, però, non basta più agli sceneggiatori dietro le quinte. Ora si cerca il vero colpo di scena, di quelli che per addomesticare il consenso neanche la nobile Opera dei Pupi potrebbe concedersi: dopo averci consegnato dal mare disgrazie e pestilenze, i novelli saraceni sarebbero pronti a rischiare la vita sui barconi per portaci la morte per ordine del Daesh. Ma è davvero così?

Il rischio è antico, ma sempre scongiurato dall’eccezionale lavoro delle forze di polizia. Stavolta i “pupari” hanno però trovato un alleato imprevisto, proprio al di là dell’orizzonte. Dopo i miliardi versati alla Turchia e quelli sprecati in Libia, adesso anche Tunisi vuole la sua parte, approfittando dello scomposto allarme Covid tra i migranti che dall’isola è finito sulle prime pagine di mezzo mondo. Nei giorni scorsi, infatti, si sono perse le tracce di alcuni tunisini sbarcati in Sicilia. E dal Paese d’origine le autorità hanno fatto sapere, a quanto pare in modo piuttosto informale, che tra loro potrebbe esserci qualche ex combattente del Daesh, di cui la Tunisia è stata tra i principali fornitori. Reduci della campagna siriana che tornando a casa non hanno alternative alla detenzione, perciò s’imbarcano verso l’Europa.

«Curioso – riflette un investigatore di lunga esperienza nell’antiterrorismo – che da Tunisi si siano decisi solo adesso a dircelo, cioè dopo che di nostra iniziativa abbiamo inviato a loro le foto delle persone sbarcate e che, se sospettate di terrorismo, avremmo invece dovuto trovare nei database della cooperazione tra polizie». Difficile, perciò, sapere quanto ci sia di vero. Ma abbastanza per saltare in sella alla paura e aspettarsi dal governo italiano e dall’Unione Europea stanziamenti consistenti e generose concessioni, in cambio del blocco delle partenze.

Questo effetto collaterale della pandemia mediatizzata, forse neanche Nello Musumeci lo aveva previsto. Dopo la sospensione della sua ordinanza, il governatore isolano rischia ora di dover gestire una paura più grande e smisurata, perché il composto artificiale di “pandemia & terrorismo” sarebbe difficile da governare anche per i pupari dell’allarmismo a buon mercato.

La Chiesa siciliana ha cercato di riportare tutti alla ragione. «Non si giustifica un agire di alcuni politici, tendente a usare la paura per un facile, immediato, consenso», aveva messo in guardia Antonio Staglianò, vescovo di Noto e Delegato della Conferenza episcopale siciliana per le Migrazioni. «Chi governa – aveva aggiunto con parole scelte non a caso – deve piuttosto aiutare la comunità a fronteggiare pericoli e paure con senso di grande prudenza e proporre soluzioni ispirate ai grandi valori della nostra Costituzione».

Per giorni la falsa notizia, non l’unica, dei cani mangiati dai migranti a Lampedusa aveva tenuto banco. È stato l’innesco per i gruppi sui social networkche in tutta la Sicilia alternano paura a xenofobia. Nel catanese c’è chi ha invitato a dare fuoco alla tendopoli che il Viminale avrebbe intenzione di allestire in una base dismessa dell’Aeronautica. Nell’Agrigentino il fuoco è stato appiccato per davvero a un barcone simbolo d’accoglienza posto all’interno di un convento a Favara. E non è che la punta visibile.

Quando invece «la realtà di queste ore ci parla di controlli disorganizzati nei porti e negli aeroporti dell’isola, di casi di contagio generati dalla promiscuità sui mezzi del trasporto pubblico. Capiamo – dice ad esempio Claudio Fava, presidente della commissione antimafia isolana – come sia molto più facile spostare l’attenzione sul comodo tema dei migranti, piuttosto che spiegare dove siano finiti i milioni promessi e mai arrivati per il sostegno alle attività produttive dell’isola».

È l’immarcescibile “arte di annacarsi”. Che nella prismatica lingua dell’isola è rappresentato dal passo delle candelore nelle feste patronali. Un movimento avanti, uno indietro, una mossa a destra e quella appresso a manca, mentre i portatori di sotto urlano e inneggiano. Tanto trambusto per non avanzare manco di un centimetro. Ogni volta pare di assistere al preludio di una rivoluzione. Nella terra del Gattopardo si tratta, per dirla con un saggio dello scrittore Roberto Alajmo, del «massimo di movimento con il minimo di spostamento».

Un esempio? I sanitari di Medu (Medici per i diritti umani), da una parte riconoscono che «il sovraffollamento dell’hotspot di Lampedusa è senza ombra di dubbio un’emergenza che poteva e andava gestita con maggiore pianificazione da parte del governo italiano», dall’altro ribadiscono che «non risultano veritiere le affermazioni del Presidente Musumeci rispetto ad uno svuotamento in corso dell’hotspot di Pozzallo conseguente la sua ordinanza – si legge nella nota –. Ciò che è avvenuto il 25 agosto è stato un trasferimento dei migranti risultati positivi ai tamponi, secondo una prassi che era già stata seguita nelle settimane precedenti».

Appunto, il «massimo di movimento con il minimo di spostamento».

Il fragore di questi giorni viene esaminato parola per parola dalle autorità che devono prevenire i disordini. I toni sono sempre più sguaiati, e sul calendario c’è una data che preoccupa: 3 ottobre. Cadrà di sabato, quando a Catania comincerà il processo a Matteo Salvini per il caso della nave “Gregoretti”, come la “Diciotti” bloccata nel 2019 per giorni in attesa di sbarcare i migranti che erano stati soccorsi dalla Guardia costiera. Il leader della Lega da settimane convoca a Catania la “piazza” attraverso i social e i capataz sul territorio. La mobilitazione, però, è anche nei passaparola della destra estrema e della sinistra extraparlamentare che non intende lasciare la scena ai “lumbard”, che in fretta hanno imparato la lingua del Gattopardo.